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Quando una città crolla questa produce macerie.
Produce oggetti materici, pezzi di vita ridotta in dimensioni più o meno piccole, che restano nel punto in cui si trovano se nessuno le sposta.
Possono restare lì ai piedi degli edifici che erano, a triste memoria dell’accaduto.
Possono essere spostate, semplicemente, in un altro posto abbastanza grande da contenerle e solamente ammucchiate.
Possono anche essere trasformate in nuovo materiale per costruire una nuova città.
Come in un ciclo, in fondo, naturale.
Si usa il termine “rimozione” per definire questo spostamento.
E’ un termine che ha una forte connotazione psicologica, un meccanismo psichico che allontana dalla coscienza desideri, pensieri o residui mnestici considerati inaccettabili e intollerabili dall’Io, e la cui presenza provocherebbe dispiacere: un meccanismo di difesa.
Forse le macerie non andrebbero “psicologicamente” rimosse. Andrebbero seguite. Accompagnate in tutto il percorso del ciclo che le porterà ad essere di nuovo città, di nuovo vita.


ma-cè-ria - Muretto di sassi e terra costruito a secco; al plurale, rovine di un edificio crollato dal latino: [maceria], derivato del verbo [macerare], intendendo il materiale di scarto con cui il muro veniva eretto, che poteva anche essere terra infradiciata.

Non è comune sentir parlare di macerie nel senso di muretti a secco; di solito, se si parla di macerie, si parla di edifici crollati. Ma il riferimento al materiale povero con cui quei muretti vengono eretti si collega tremendamente bene alle agghiaccianti scoperte dei materiali di scarto con cui certi edifici, distrutti dagli ultimi terremoti, erano stati tirati su. Al di là di questo, l'immagine del muro a secco ci dà anche il senso di qualcosa di slegato - che dopotutto è solo un mucchio. Allo stesso modo le macerie hanno perso la liscia coerenza dell'edificio, e spezzate sono cadute le une sulle altre. Così si parlerà figuratamente di macerie raccontando di una vita collassata nei propri pilastri fondanti; si parlerà di macerie di ricordi - non più che frazioni ammassate del passato, in cui non si ritrova niente di importante; si parlerà delle macerie di un mondo sbagliato da spalar via per ricostruire.

(questa è una "parola terremotata", frutto di una collaborazione tra il progetto “una parola al giorno.it” e l'associazione LaCà, nata dopo il sisma in Emilia.)


La storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha il tempo. Sulle macerie nate dagli scontri che inevitabilmente susciterà, si apriranno nondimeno dei cantieri, e insieme ad essi, chissà, una possibilità di costruire qualche altra cosa, di ritrovare il senso del tempo e al di là di esso, forse, la coscienza storica.

(Marc Augé, Rovine e macerie. Il senso del tempo, 2004)


Lavoro realizzato nell'ambito di CONFOTOGRAFIA:

Confotografia propone la sperimentazione di un metodo di indagine basato sullo scambio di conoscenze tra fotografi e cittadini.
Cosa è successo al territorio dell’Aquila in questi quattro anni?
Quali immagini possono aiutare a raccontarlo?
L’obiettivo è l’attivazione di un processo di osservazione del territorio, forte di un metodo, che ne consenta il ripensamento.
Circa 50 fotografi, diversi per età e con approcci narrativi differenti, hanno lavorato per 6 giorni a stretto contatto tra loro e con i cittadini, con le associazioni, con i comitati, con gli studenti. Hanno parlato di fotografia e di territorio, fotografando insieme quello che L’Aquila è diventata, per capire come si può rappresentare quanto è successo.

L'Aquila - 20/26 settembre 2013


Publications:
Domus


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